Ogni buon romagnolo, in tempi normali, quando la politica co' suoi flagelli non turbi il suo bell'equilibrio di uomo sano che ama la vita e la gode come può, essendo di tutto grato alla terra, ritiene obbligo imprescindibile quello di accogliere l'ospite col riso più franco e circondarlo di tutta la sua gioia e offrirgli, nei limiti de l'onesto, ogni possibile bene ch'egli possieda: però, se la politica dalle aggrovigliate chiome appaia a l'orizzonte, il buon romagnolo si turba, dubita, si acciglia e non si rinfranca se non allora quando il nuovo arrivato gli dichiarerà di appartenere alla fede de l'ospite, di odiare coloro che l'avversano, di essersi votato anima e corpo al trionfo della medesima.

Inoltre non è uomo valutabile colui che non sia ascritto a un partito qualsiasi; chi non si proclamerà gridando, strenuo propugnatore di qualche forma politica, non godrà mai piena stima in Romagna, anzi sarà guardato con lo stesso fare dubitoso col quale gli antiquari sbirciano la merce se temono una contraffazione.

V'è un solo Dio: la Politica; questo è il verbo che guida gli uomini rossi nella loro vita irruenta.

Ora, nei primi giorni della settimana di passione, avvenne che, per ragioni di commercio, si trovasse a passare dalla rosea città, certo Mauro Rubini, persona pacifica e aliena da qualsiasi partecipazione ai così detti pubblici interessi. Siccome il Rubini conosceva da qualche tempo il capo repubblicano e ne aveva ricevute altre volte festose accoglienze, tanto da serbarne grata memoria, pensò di recarsi agli uffici de l'Aristogitone per presentare i suoi ossequi al cortese ospite.

Così fece, e trovò Ardito Popolini acceso e sudante sul quarantesimo articolo.

Levò gli occhi dalle cartelle, guardò il nuovo arrivato e, aggrottando le ciglia, ebbe la smorfia dubitosa di colui che non rammenta.

— Non mi riconosce? — chiese Mauro Rubini.

— Ecco... precisamente... mi pare... ma...

— Sono Mauro Rubini. Non ricorda?

— Ah! si, ricordo. Come sta, come sta?