— Vi dichiaro ch'io non amo essere preso in giro e voi, a quel che pare, ne avete intenzione. Sbagliate strada. Vi avverto per amicizia, e per evitare dolorose e forse irreparabili conseguenze.

— Le assicuro... — soggiunse il Rubini.

— Non posso perdere tempo ora. Ci rivedremo altrove se così vi piace.

L'ospite, pallido ed esterrefatto, guardò il Popolini, guardò il Cavalier Mostardo, seduto in un angolo, s'inchinò e senza far parola disparve.

Non appena ebbe richiuso la porta, disse il Popolini al Cavalier Mostardo:

— Tieni d'occhio quel tipo. È una spia.

— Sarà fatto! — rispose il Cavaliere arricciandosi i mustacchi: e a lenti passi seguì il malcapitato ospite, il quale ormai poteva esser certo di avere una volta o l'altra, un piccolo e grazioso ricordo della Romagna rossa.

Ora, l'indice ordinario delle passioni che turbavano la città, era il così detto Passo, nome posto a una via nella quale si trovavano, quasi di contro, due caffè: il Caffè della bandiera e il Caffè dei Girondini. Il primo era comune ritrovo dei monarchici; il secondo, come si può facilmente supporre dal nome, era stato eletto a sede permanente dei repubblicani. Da l'uno si udivan gli urli de l'altro, e ciò avveniva da l'alba fino a notte tarda, quando il lampionaio scendeva la via per ispegnere le giallastre fiammelle dei fanali.

Il Caffè della bandiera era frequentato più che altro da vecchi patrioti, uomini fieri, gravi e arditi nella loro vecchiezza: la generazione che passava.

Al Caffè dei Girondini predominava l'elemento giovane: studenti, commercianti, impiegati: gente che viveva de' suoi sogni come di indiscutibile realtà.