A seconda delle voci che giungevano dai due luoghi di ritrovo posti di fronte: a seconda delle invettive e delle grida, si poteva misurare lo stato di tensione degli animi e i sentimenti belligeri della popolazione.
In periodo di elezioni, il Passo assumeva importanza straordinaria, tale, che v'erano alcuni giovani di buona volontà i quali s'incaricavano di diffonderne d'ora in ora le lotte e le querele. Querele e lotte che sollevavano a loro volta altre consorelle, onde dagli angiporti alle case dei ricchi, era un battagliare continuo fra alte voci discordi e dissonanti.
Dominava i frequentatori del Caffè della bandiera, Antonio Viminèdi, vecchio colonnello pensionato; uomo di salda coltura, di tenace memoria e di spirito bizzarro.
Il colonello Viminèdi era tal pessimista da non trovare facile riscontro nella storia, e siccome sosteneva le sue iperboliche malinconie con sufficiente dialettica, non trovava oppositori che gli tenesser testa se non forse Pietro Ramelli, capitano in ritiro, il quale, allorquando gli falliva la parola, subentrava con gli urli, persuaso in tal guisa di aver doppia ragione. Erano intorno a questi due capostipiti, una trentina di uomini, tutti oltre la cinquantina; gente di coraggio, temeraria, fiera e prepotente.
Forti del loro diritto di giudizio, perchè tutti o quasi avevan preso parte alla grande epopea del nostro Risorgimento, non si facevano intimorire dalle minaccie e dagli scherni che il Caffè dei Girondini lanciava loro quotidianamente; anzi ne ridevano, pronti a menar le mani se alle parole si fossero sostituiti gli atti, come era accaduto talvolta.
Erano uomini severi, vecchi soldati che l'entusiasmo di un tempo non aveva abbandonato, devoti di un amore senza limiti a l'Italia, alla quale era stata consacrata con impeto e violenza tutta la loro giovanile energia. E come avevan sognato un tempo veder la loro patria, oltrechè libera da gioghi, grande e possente fra le Nazioni, ora si addoloravano sapendola umile laddove avrebber voluto avesse assunto una disdegnosa indifferenza. Essi non intendevano la diplomazia, erano stati uomini d'azione pronti a dare e la loro vita e i loro beni e tutto che avesser potuto, al loro ideale di ribelli; la loro giovinezza non aveva avuto timori, non debolezze, non dubitanze sentimentali; così ogni transigere, ogni pencolare, era per le anime loro dolorosa ferita.
Se avesser dominato, fatta l'Italia l'avrebber ugualmente disfatta. Ora, costretti a l'inazione, seguivano i moti politici giudicandoli in base ad un pessimismo amaro del quale Antonio Viminèdi era la massima espressione.
Al Caffè dei Girondini era invece nota comune l'intolleranza spinta alle sue ultime espressioni. D'altra parte i romagnoli hanno necessità d'agitarsi in tutti i tempi, comunque sia.
Mancando una general causa che li accendesse, se ne eran creata una votandosi alla repubblica e credevano sinceramente che ogni bene fosse per provenire a l'umanità dalla trasformazione politica da essi con ardore inestinguibile propugnata. Sognavano un domani oltre al quale più non doveva esistere su la terra uomo infelice; un domani di redenzione universa che si sarebbe verificato con lo stabilirsi della repubblica, con l'imperare delle dottrine per le quali alla lor volta, i nuovi, avrebber data la vita.
Tale fondamento di grande sincerità e l'intima persuasione che solo le loro dottrine fosser le buone, le infallibili sorgenti di ogni bene, faceva sì che i giovani repubblicani fossero violenti nemici di qualsiasi altra manifestazione avversa alla loro: faceva sì ch'essi guardassero non come avversario politico, ma come nemico personale e nemico del pubblico bene, ogni individuo professante fede diversa.