— Ma tu così... tu ammetti — gridò Pietro Ramelli — che possano salire al potere?

— Certamente — rispose Viminèdi — Tanto ora

un Marcel diventa

ogni villan che parteggiando viene!

— La colpa è nostra, la colpa è nostra — gridò Sandro Ancona, un vecchio cieco che ascoltava sempre col capo eretto e le mani incrociate sul pomo della mazza. — Io non vedo, ma sento e imparo e so che la nostra azione è debole. Per questo essi hanno ogni agevolezza e conquistano il campo!

— Siamo vecchi! — mormorò Gian Urbini.

E Pietro Ramelli, gridando:

— Vecchi?! Io ho tanta cosa... ho tanta energia da venderne a tutti quei signori. Sono le idee nuove che traviano le masse. Essi promettono mari e monti e cosano... e trascinano il gregge.

— È tutta una putrefazione — gridò Viminèdi — tutta una putrefazione! Povera Italia! Vi siete affaticati, vi siete macerati per farla? Ora guardatela finire! Uomini politici che hanno l'intelligenza di un grillo, che non sanno che voglia dire reggere uno Stato! Saliti al potere per mene parlamentari, per vane ambizioni personali, senza coltura, senza una meta prefissa, ci hanno fatto indossare la veste di Arlecchino e, a suono di tube, hanno raccolto le Nazioni perchè assistessero alle nostre vili pantomime. È tutto un giuoco di ipocrisie che vela sordidi interessi; tutto un contesto di viltà. Se fossimo persone dabbene, dovremmo sopprimere dalle nostre scuole l'insegnamento della geografia perchè i figli nostri non imparassero che nel mondo v'è un continente denominato Africa. Proprio noi dovevamo assistere a tale obbrobrio. Il trionfo dei vili in terra italiana! Ma quando mai i nostri vecchi sono andati processionando per le vie perchè non si partisse? Io, vedete, io son diventato anarchico! Non credo più a nulla, mi aspetto tutto. Domani un barattiere domanderà se l'Italia è da vendere e la venderanno. Potrebbero venire anche gli Esquimesi o i Patagoni a dominare qui, per conto mio non farò un passo: serberò il mio otium cum dignitate.

— Esagerazioni! — esclamò Gian Urbini.