— Volete anche illudervi? Guarda: io non leggo più i giornali per partito preso; ma tu, che li leggi, potrai essere al corrente più di me di ciò che avviene. Ora vorrai tu dirmi che da un giorno a l'altro il male si sia convertito in bene?
— Tu esageri — ripetè l'Urbini.
— Ma che esagero?! Tutto va a catafascio, tutto si corrompe, tutto scompare in un battibaleno. Quando abbiamo combattuto si faceva un giuoco di bimbi. Costruivamo un balocco complicato e per tale costruzione abbiamo rischiato la vita, ora lo si rompe per vedere com'è fatto dentro.
— Sono le nuove cose... sono le nuove dottrine che rovinan tutto! — esclamò Pietro Ramelli che continuava la sua passeggiata affannosa.
— E le nuove dottrine e l'insipienza degli uomini di Stato. Si fa la politica della paura e del sentimento e col sentimento si dominano le femminucce e non si guida un popolo nè ci si impone agli altri. Aggiungi a questo, le promesse dell'impossibile che i parolai fanno al popolo, al Popolo Sovrano, al grande ambiguo martufo, mezz'asino e mezzo giullare e ne avrai il risultato presente. La corda che ci regge non ha più che una debolissima vena; il minimo vento di tempesta farà disparire tutta la bella costruzione. L'Italia è un castello in aria, amici miei!
— Frattanto — disse il cieco Sandro Ancona — se invece di profetizzare bibliche rovine, voi, che avete a cuore il bene di questa nostra terra, vi deste d'attorno per far trionfare le idee buone, tanto male non sarebbe.
— Ma quali sono le idee buone? — gridò inveendo il colonnello Viminèdi.
— Le nostre! — rispose il cieco arcuando le sopracciglia.
— Vi sbagliate. Le nostre idee non valgono più delle altre. Il mondo è un carcame e il tempo se lo riprende.
— Ma allora che cosa vuoi, tu? — chiese violentemente Pietro Ramelli, che s'era fermo innanzi al colonnello e lo guardava con occhio torvo.