Il loro Caffè aveva assunto quella esterior forma che più si confaceva ai gusti di sì vulcanica stirpe.
Nella scansia troneggiante nel fondo, dietro al banco vegliato dalla cittadina Ragione Verlenghi, la proprietaria, si allineavano in buon ordine, su varie file, parecchie dozzine di bottiglie della più strana foggia. Ciascuna d'esse rappresentava, a suo modo, il busto di un uomo caro alla repubblica; busto il quale, per necessità di cose, terminava con una breve appendice chiusa da un bel tappo rigonfio e dorato.
Chi fosse entrato nel Caffè, inconscio della cosa, avrebbe potuto supporre di trovarsi in un nuovo originalissimo museo ove fossero accolte nobili persone costrette a portare col cercine uno strano carico.
Sui muri bianchi della sala bislunga trionfavano poi, fra gruppi di ghirlande d'alloro, oleografie di Garibaldi, di Mazzini, di Ermellini, di Saffi, di Cavallotti, di Imbriani, ecc.; oleografie che Madonna Ragione ricopriva l'estate con garze color rosa perchè le mosche non vi lasciassero irriverentemente le schiere dei loro puntini.
Completava l'insieme un affresco del soffitto, affresco rappresentante una figura enorme vestita alla foggia romana, ricoperto il capo dal berretto frigio.
Ora Ardito Popolini, inesauribile oratore, continuava a tessere le lodi del candidato repubblicano e avrebbe continuato chi sa quanto ancora, dimentico di tutto, se, in una sosta, una voce d'avvertimento non si fosse levata dal gruppo degli ascoltatori.
— Ardito, sono le quattro; c'è il discorso di Livio Merate al teatro Chenier.
Al subito richiamo, l'ardente tribuno troncò a mezzo la sua concione, discese dalla tavola e si volse in giro battendo le mani.
— Ragazzi?... Presto, al teatro Chenier. Parla il nostro candidato.
In un battibaleno il Caffè dei Girondini si vuotò e la folla schiamazzando empì la via del Passo, diretta al prossimo teatro.