Vi fu chi, passando innanzi al Caffè della bandiera, volse occhiate di scherno alle persone ivi accolte; ma rapidamente chè Pietro Ramelli, ritto su la porta, vegliò con gli occhi torvi, nero come la più nera tempesta. E sapevano i repubblicani che l'uomo grave d'anni, ma forte ancora in tutta la sua vigorìa, non avrebbe temuto, ne l'impulso de l'ira, di cimentarsi con tutta una folla. Era il Ramelli come un ariete bronzeo, cieco ne l'impeto e di straordinaria violenza.
— Dove vanno? — chiese il vecchio cieco che ascoltava.
— Al teatro Andrea Chenier. Parla il loro candidato — rispose Urbini.
— Bisognerebbe render loro pan per focaccia! — fece il Ramelli volgendosi — L'altro giorno non vennero forse appositamente al coso... al teatro Comunale, per fischiare Giacomo Albenga?
— Chi ha più educazione l'adoperi — rispose Sandro Ancona, il cieco.
— In tempo di lotta politica non v'è educazione che tenga. Chi fischia sarà fischiato. Io coso... io vado, chi viene con me?
Mentre Pietro Ramelli si volgeva, interrogando con lo sguardo i compagni e molti già s'eran levati per seguirlo, passò dalla strada un gruppo di giovanotti, che si soffermò innanzi al Caffè della bandiera.
Era a capo della schiera Teseo Alvisi, studente di medicina, piccolo e forte, dal viso energico.
— Dove andate? — chiese Antonio Viminèdi.
— Andiamo al teatro Andrea Chenier. Andiamo a fischiare, guardate! — ed estrasse un'enorme chiave. — Chi viene? — soggiunse.