La schiera adunata da Pietro Ramelli si confuse con quella de l'Alvisi e partirono in silenzio. Al teatro si divisero fra la platea, il loggione e i palchi. Pietro Ramelli, Teseo Alvisi, Giacomo Verati, Bartolomeo Vienni, occuparono un palco di proscenio, al prim'ordine. Non appena entrarono, tutti gli occhi si rivolsero dalla loro parte e siccome l'oratore aveva già cominciato la sua arringa e i nuovi venuti, col loro entrare, coprirono un po' la sua voce, si levò un coro di zittii e qualche:
— Alla porta i disturbatori! — che non ebbe altro effetto se non quello di far sorridere Teseo Alvisi. Il qual Teseo Alvisi, per rendere nota al pubblico la sua intenzione, estrasse da una tasca l'enorme chiave che avea portato seco e la posò con lento gesto sul parapetto del palco.
— Questo è il mio binoccolo! — disse ad un tipo che stava sotto al palco e lo guardava con minaccia.
— Bada alla tua pelle! — rispose lo sconosciuto.
— Non temere, ne ho molta cura e ho anche la canterina a dodici colpi.
— Silenzio! — gridarono dal palco vicino. E altri:
— Alla porta i disturbatori!
— Fuori i codini!
— Alla forca!
— Non vogliamo gli sfruttatori!