— Abbasso i borghesi!

— Fuori fuori fuori!

A tale impeto di ribellione e al pandemonio che ne seguì, Livio Merate interruppe il suo dire onde la furia popolare si volse più intensa verso il palco di proscenio nel quale erano apparsi i quattro monarchici.

Teseo Alvisi e Pietro Ramelli, ch'erano innanzi, non si scomposero. Ascoltarono per qualche secondo il diluvio d'invettive a loro dirette poi, mentre l'Alvisi con gesto lento e composto, presa l'enorme chiave l'avvicinò alle labbra e gonfiando le gote mandò un sibilo acutissimo, Pietro Ramelli afferrata una sedia, la levò sul capo e, sporgendosi, gridò a coloro che s'erano minacciosamente aggruppati vicino al palco:

— Al primo che fa un passo rompo la testa come a un cane!

Sì bene si leggeva l'intenzione del vecchio capitano che nessuno si mosse.

L'intervento dei pennacchi rossi e la minaccia di far sgombrare il teatro, rimisero un po' di calma negli animi; ma calma fittizia.

Gli urli si spensero a mano a mano in un brontolìo sordo che si perse completamente allorchè Livio Merate accennò a riprendere l'interrotto filo del suo discorso. La voce tonò alta e musicale sotto le volte armoniche.

Disse il Merate delle soverchie ingiustizie del presente ordinamento economico; esaminò le condizioni del proletariato romagnolo e parlò de l'indifferenza e de l'incuranza degli uomini di Stato per questa enorme falange di lavoratori. Scese poi gradualmente a discutere dei partiti riformatori e dei partiti impossenti a portar frutti di prossime riforme, dati i capisaldi sui quali si reggevano; i dogmi imprescindibili che dovevano osservare per serbarsi in vita.

Entrato nel difficile argomento, vi si mantenne poichè se da un lato vedeva i pochi monarchici accendersi d'ira funesta, notava da l'altro il mormorìo d'intima soddisfazione che scorreva fra la folla dei repubblicani.