Vere torme di uomini furono assoldate per andare intorno ad affiggere i cartelloni, gli avvisi, i manifesti, onde non aveva finito il pubblico di leggerne uno che un altro vi si poneva a canto, poi un terzo, un quarto in sequela interminata finchè si sovrapponevano, disparivano, si accavallavano in pandemoniaca fratellanza.
Ciò che cominciava nel nome del Signore, finiva con feroci imprecazioni alla casta sacerdotale; così gli accenni rivoluzionari, modificandosi per via, trovavano loro conclusione in una compunta fidanza ne l'Ente Supremo e la morale dei liberi pensatori (chè non può supporsi in Romagna un libero pensatore amorale) dopo una serie di guizzi bizzarri, finiva per cadere e abbandonarsi in seno di Nostra Madre Chiesa.
Da ciò impeti di sdegno, lotte con gli uomini assoldati, irruzione di nuovi manifesti e cartelloni in prolificità spaventosa.
La lotta continuò, amplificandosi, fino alla vigilia del giorno destinato alle elezioni, nella quale vigilia, assunse nuova, inaspettata forma.
Avendo ormai i repubblicani ed i loro avversari esaurita ogni possibile sorgente di auto-esaltazione e di denigrazione del campo nemico, attaccarono di fronte cose e persone e trassero al pubblico giudizio fatti ormai dimenticati o posti in non cale.
La vita di Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale, fu accuratamente vagliata, e come si scoprì che Giacomo Albenga, nella sua ormai lontana giovinezza, aveva professato le dottrine della repubblica, alte querele se ne mossero e motivazioni di sempre rinnovati attacchi.
Sì come il tempo urgeva e l'ansia e l'esaltazione toglievano la possibilità materiale di lunghe elucubrazioni, i cartelloni si ridussero a semplici striscie, su le quali erano stampate le frasi che dovevano bollare, come un marchio d'infamia, il candidato nemico.
Così la mattina del penultimo giorno, i muri ebbero un nuovo aspetto e gridarono la loro ingiuria:
Non votate per Giacomo Albenga, candidato fedifrago!
Più tardi un'altra se ne aggiunse: