Finita la compilazione, Gargiuvîn si rivolse a Apulinèr, Marcôn, Arfàt e Don Vitupèri che aveano seguito il suo lavoro ammirando e disse loro:

— Andiamo.

Come non era loro abitudine nè rispondere, nè trasgredire, si avviarono dietro lo storpio il quale, col cartello arrotolato in una mano, li precedè cianchettando.

Quando furono su la via, Gargiuvîn si provvide della colla necessaria poi, in prossimità della piazza maggiore, si fece aiutare da Marcôn e da Arfàt e, spiegato il cartello e spalmatolo ben bene di colla, lo affisse sotto l'ultima striscia dei repubblicani che diceva:

Non c'è morale dove l'interesse borghese domina, ecc. ecc.

Stavano contemplando l'opera loro e Don Vitupèri già era per allontanarsi, allorquando una torma di agenti fu loro addosso; li legò, li impacchettò, e, fra larg'ala di popolo, li trasse al consueto domicilio. La preda era fatta. L'azione della polizia, salva.

Gargiuvîn rise. Rideva sempre quell'anima da burla! Marcòn guardò i cieli, Arfàt il selciato, Don Vitupèri studiò le proprie scarpe, più anarchiche del padrone nella loro disfatta compagine e Apulinèr tentò toccare col gomito sette volte e poi sette e poi tre, i poliziotti che lo avean preso in mezzo e lo conducevan fieramente, a buon passo.

Solo su l'entrare nel corpo di guardia, Gargiuvîn, come di consueto, squadrò le guardie ch'eran ferme su la porta, le salutò, e gridò loro con un bel gesto marziale:

— Amici!... Son di ritorno!

E più debolmente la voce di Don Vitupèri si udì, come a compimento di una prece: