Un impeto di sonagli, uno schioccare di fruste, uno scalpitìo fisso di zoccoli ferrati e un cigolìo, un fremito di ruote su le selci, accompagnato da canti, da risa, da alti vocii, da evviva, irruppe in una ondata sonora, s'innalzò dilagando.
Le finestre furono in un attimo gremite.
Ecco, da Porta del Mare, faceva in quell'istante il suo ingresso trionfale nella via Robespierre, un lungo corteo formato da circa una ventina di pesanti vetture, di antiche corriere, e di carrozzoni antidiluviani nei quali gli uomini dei campi, sotto il propiziare di Bacco, cantavano e gridavano e ridevano agitando le braccia, sporgendosi col torso, picchiandosi a sonori pugni, così, per cortesia di reciproco amore.
A cassetta, nella prima vettura, era Uguaglianza Vicini, un seguace del Cavalier Mostardo: uomo robusto e forte e solenne; circa alla metà del corteo, un altro era posto a vegliare: Ribelle Libertà Giovanelli; veniva ultimo il Cavalier Mostardo, il quale, salito su l'imperiale di una corriera, dominava la situazione.
Fra la polvere sollevata, passarono nel sole, a gran trotto, allontanandosi verso la piazza maggiore.
A un'ora pomeridiana i clericali e i monarchici dubitavano già e la confusa rincorsa al voto non accennava a diminuire.
D'innanzi ai singoli comitati monarchici e repubblicani era uno stazionare perenne, un via vai continuo di contadini che attendevano il loro turno, che tornavano col contrassegno per ricevere la promessa ricompensa. Non di rado avveniva che qualcuno, sbandatosi, fosse improvvisamente conglomerato in una squadra repubblicana o viceversa.
— C'mav ciamèv? Come vi chiamate? — gli chiedeva a bruciapelo il capo della squadra.
— Me non lo so! — rispondeva il contadino nella sua bizzarra lingua.
— Il vostro nome? — urlava il capo.