Subentrò un grande silenzio durante il quale non si udirono se non le voci degli scrutatori e il ronzio delle mosche.

Fu verso sera, si accendevano già le prime fiammelle e passava la brezza del mare; corse il primo grido, da lontano, da l'ultima contrada e si espanse con rapidità di folgore:

— Abbiamo vinto!

— Evviva Livio Merate!

Come un gran cuore pulsò che prima taceva ne l'ombra; come un sole si disvelò che prima le nubi celavano.

Tutto ch'era stato approntato per la vittoria comparve. Ogni finestra repubblicana ebbe il suo lume; ogni comignolo la sua bandiera; ogni bocca il suo grido.

Oh! gli abbracci, i sorrisi, le reciproche congratulazioni, e il sentimento irrompente e la gioia enorme, pazzesca, contagiosa! Fu una valanga, un fiume che travolge le dighe e dilaga.

Ogni monarchico, ogni clericale ebbe il suo insulto:

— Codini impotenti.

Culandrê...[2]