— V'ho detto che ha paura. Io sono bene informato!

— Uhm! — fece il Sindaco con fare dubitoso. — Vedremo.

E rassettandosi un poco, dischiuse la porta e scomparve.

Quando ritornò dopo circa mezz'ora, il suo volto era radioso.

— Tutto è combinato! — gridò — tutto è combinato! — E gettò le braccia al collo al Cavaliere e lo strinse, lo baciò, lo ribaciò con effusione indicibile, con impeto d'amore fraterno. — Tu sei un Dio! Tu vali più di tutti gli uomini! Tu meriti una biblioteca, una pinacoteca, un monumento! Io non potrò mai ricompensarti. Io ti debbo tutto!... La Repubblica deve tutto a te... il più grande fra i repubblicani!...

Sotto tale valanga di aggettivi esaltatorii, il buon repubblicano arrossì, tossì, gettò via lo sigaro, ebbe una lenta lacrima giù per le gote rosse fino ai mustacchi imbelli, poi con la voce grossa e un poco tremante, per una contrazione spasmodica della gola, disse:

— No... È troppo!... È troppo!...

Ma acceso ormai l'entusiasmo, Gian Battifiore continuò:

— Tu meriti un regno, un impero! Nessuno potrà mai darti ciò che il tuo ingegno vale! Tutto che ti si getterà ai piedi sarà sempre poco. Ah! mio grande amico, mio unico fratello, come ti voglio bene! Quanta gratitudine ti debbo!

E, dismessi per alcun tempo gli abbracci, Gian Battifiore si lanciò verso la porta, l'aprì d'impeto e sporto il torso, si dette a chiamare a gran voce: