— Veneranda, Europa, America, Asia, Oceania... venite!... Presto, venite che ho una buona notizia! Spicciatevi spicciatevi!

Sì alto fu il grido e sì pressante, che si udì un gran calpestìo, un precipitare giù per le scale e le quattro sorelle, la madre seguì ultima, irruppero nella stanza, scapigliate e vermiglie.

Gian Battifiore richiuse la porta. Le donne si disposero in semicerchio aspettando, mentre il Cavalier Mostardo volgeva gli occhi al soffitto per non mostrare il luccicar delle sue lagrime.

Poi il Sindaco prese per mano Europa e le disse:

— Europa!... Tu hai commesso una colpa e male poteva esserne per te e per la tua famiglia; ma ormai non ti rimprovero, chè le cose sono andate per la via migliore. Tu andrai sposa al conte Manso Liturgico. Questa mattina, con la madre del tuo fidanzato, abbiamo deciso che il matrimonio avverrà fra due giorni! Ora di questa tua insperata e grande felicità, vai debitrice ad un uomo solo, ad un uomo che è più buono del Signore e più alto dei sole; ad un uomo che è stato per te un angelo custode, una dolcissima madre, un'assidua cura benefacente! Tutti andiamo debitori a lui di qualche cosa. Tu lo conosci e lo ami già. Bacialo!

E tese una mano verso il Cavalier Mostardo il quale, goffamente confuso, andava mormorando con la voce grossa e rotta da l'emozione:

— No!... È troppo!... È troppo!...

— Bacialo! — ripetè Gian Battifiore.

E Europa, tutta rossa come una bella fragola saporosa, fece due passi, si avvicinò al gigante poi, alzandosi su la personcina e tendendo il collo, chè altrimenti non avrebbe potuto, baciò su la larga guancia vermiglia il suo protettore.

E quel bacio fu la piena, fu il fremito intenso che pose ne l'anima del povero Cavaliere uno sconvolgimento grande, onde nel pronunziare la parola: Grazie!... — più non si rattenne e a grandi sospironi, sussultando, lasciò libero corso alle sue lagrime copiose.