E piansero tutti, tranne Asia la quale, cupamente sogguardando, pareva attraversasse una tenebra densa.

Poi il Cavalier Mostardo salutò senza pronunziare parola, strinse tutte le mani protese, s'inchinò, tornò a inchinarsi, si rivolse, urtò tutti i mobili e scomparve in silenzio.

Quando fu al sole, gli parve che tutto ciò che gli appariva intorno fosse cosa miserrima; gli parve che avrebbe potuto servirsi del campanile come stuzzicadenti e vide la sua ombra dilagare nello spazio.

V'era uomo più grande forse? V'era spirito più grande?

Egli non si comprendeva quasi; gli sembrava di aver superato il suo desiderio; quasi s'incuteva rispetto, perchè ne' suoi precordi viveva senza dubbio lo spirito di un nume, l'ombra superba e immensa di un Dio! I suoi simili gli apparivano come un mondo brulicante di formiche e non eran suoi simili se non nella simiglianza della forma: nel rimanente, s'essi fossero saliti l'uno su l'altro, mille e poi mille e diecimila ancora, non avrebbero raggiunto il superbo cielo della sua essenza! Egli era la causa di tutto il bene e si sentiva padrone e signore. Ciò gli era come un'ebbrezza grande.

Guardò l'ombra sua, nitida e nera nella chiarezza del sole e gli parve di poterla scavalcare a sua volontà; vide un crocchio di giovanette ed ebbe la convinzione che tutte sarebbero impazzite per il suo amore, s'egli avesse fatto un cenno; e così, volgendo gli occhi al cielo si convinse che le rondini e le colombe gli avrebbero fatta docile corona ad un suo richiamo.

Esaltandosi si santificava; scrutandosi si adorava e, risultato ultimo, risultato di relativa applicazione di detti sentimenti, era un piagnucoloso sentimento di umanità. Poichè vedeva i suoi simili tanto lontani e tanto piccini, tutti li avrebbe accolti in amplesso fraterno. Egli sentiva di possedere il capace cuore di un Dio; anzi egli era la stessa capacità divina. L'astrazione mentale di uno spirito a l'infuori di noi, spirito invisibile, legiferante ed eterno, ch'egli non aveva concepita mai, se non in barlume, si modificava in intima coscienza, in istato di fatto allorchè si pensava ultrapossente.

L'impeto megalomane assaltava i cieli che racchiudono i comuni concetti di vita; il Cavalier Mostardo credeva poter muover le nubi a suo talento.

Così perigliosamente fantasticava camminando senza mèta, allorchè si trovò sperduto fra il laberinto di viuzze che mettevan capo alle mura della gaia città del piano. Stava per ritornarsene, quando la sua attenzione fu attratta da un gruppo di persone che si allontanava verso Porta del Sole. Aguzzò gli occhi e riconobbe fra queste Marcôn, il suo fido amico,

Siccome la piena del suo sentimento era in quel giorno impetuosa, si accostò le mani alla bocca e ad alta voce si dette a chiamare: