— Dio mi castighi, se non ho una paura maledetta.

— Dei poliziotti?

— No, della prigione.

— E perchè?

— Perchè?... perchè senza sole, il respiro mi manca; perchè voglio morire in fondo a un fosso come mio padre, e non in un letto di infermeria. Io ho paura degli uomini, sai?...

— Hai paura?

— Sì.

— E vivi delle loro elemosine?

— Non è vero! — gridò Schignòtt scattando. — Io vivo di ciò che trovo per le strade!

Vi fu una sosta in cui Plè e Miarù, il vecchio gatto di Don Vitupèri, si azzuffarono, si rincorsero, riempirono la stanza di mugolii sordi e minacciosi, di cupe grida, di soffi e di guaiti. Plè, avanzando con prudenza la grossa testa spelata dalle lunghe orecchie penzolanti e piagate, girava intorno al nemico per prenderlo alla sprovvista; Miarù, inarcato come un orciòlo, col pelo arruffato, la coda diritta, la bocca aperta e minacciosa, seguiva col giro lento degli occhi verdi il cane, muovendosi a pena in agili scatti.