Schignòtt legò al collo di Plè una cordicella; Apulinèr fece un fischio e dischiuse l'uscio. Per l'aperto quadrato, s'intravidero gli ori del tramonto. Lèdar, gracchiando, scese dal suo nido vicino al soffitto e s'involò innanzi ai due che prendevano il cammino silenziosamente.
Plè seguì con la coda bassa e si volse a tratti per tema che il selvaggio Miarù lo seguisse.
Ne l'aria si udì lo stormire dei pioppi sotto il vento della sera.
— Oh, uomini uomini! — esclamò Don Vitupèri che s'era fatto su la soglia e guardava il rosseggiare dei cieli. — Uomini uomini! Più vale un grillo e una formica e una monera anzichè tutta la vostra prosopopea.
Io mi chiamo l'Ultimo fra voi, ma la vendetta mi guida!
E tese le braccia scheletriche, alte sul capo, sogghignando.
CAPITOLO V. Nel quale Divina piange un dirotto pianto per la soave Primavera.
Erano arrivate le prime canipaiuole, gli usignuoli e le capinere. Africa le aveva udite cantare fra le siepi del brolo, nelle notti in cui non poteva dormire perchè le lenzuola odoravano troppo acutamente di lavanda e passava la primavera la quale ha qualche perfidia per le zitelle che aspettano invano il guanciale compagno.
Gli alberi avevan posto la loro gaia animazione floreale ne l'aria azzurrina e il vecchio melo, che sorgeva con le sue rame vicino alla finestra della stanza ove dormiva la solitaria, sorrideva già nel suo bianco diadema, per le nozze feconde rinnovantesi ad ogni nuovo ritorno della dolce-prolificante sorella.
Era per l'aria l'invincibile languore primaverile che fa fiorire il viso degli adolescenti.