Africa passava le sue giornate, intenta ad agucchiare, muta e astratta nel suo unico pensiero d'amore e contava le foglie e contava le rame, e aspettava il sorgere delle stelle, sempre intenta a trarre il favorevole responso alla sua speranza dolorosa e continua.
Asia, la cupa Asia dai grand'occhi obliqui, dai miseri capelli e dalla grande magrezza stridente, poichè Europa aveva seguìto il suo ignoto destino, era divenuta più strana, più irascibile, più agitata. La sua voce suonava ora, alta e sovrana in infinite querele. Tutto le dava ragione di sospetto e di male, tutto l'accendeva di sacro zelo e paure incomposte le attraversavan la mente di continuo, nate da cause irrisorie. Ella era in moto per tutta la casa dai tetti alle cantine, e ciò dallo spuntare del giorno a l'ultima sera; giungeva trafelata, guardava la disposizione delle cose, lanciava qualche parola e ripartiva per altra mèta, per altre grida, per altre apparizioni trafelate.
Tutto il suo cuore e tutta la sua mente, erano in tale agitarsi; ella non vedeva più in là e le pareva sorreggere il mondo. D'altra parte, le agonie del desiderio nutrivano la sentimentale anarchia.
Asia sapeva che la sua stagione era giunta al termine estremo; sapeva che ormai dalla rossigna sera si levava l'addio che non ha ritorno, epperò gli ultimi assilli, le ultime tentazioni de l'amore le davano l'irrequietezza di chi non può tender le mani al piacere che trema nelle bianche gole delle vergini e zampilla dalla inesausta fonte della vita.
A l'opposto, America era calma e tranquilla perchè sapeva di essere desiderata. In tale pensiero, a volte, lo spirito si acqueta.
Ella era bionda e piacente, ne l'età dei frutti; aveva una bella persona propiziatrice e la primavera non le dava nè malinconie, nè esaltazioni.
Oceania, trillando come gli usignuoli e le capinere, guardava gli astri fatali, in attesa de l'annunzio della sua definitiva assunzione al marital dominio.
Le quattro figlie di Gian Battifiore, vive rappresentanti di una incorrotta ed incorruttibile fede politica, assistevano così, sole e fantasticanti, ciascuna in suo metro, alla stagione che gli uomini, ligi alle loro leggi tetragone ad ogni assalto, dovrebbero chiamare peccaminosa.
E Divina le guardava sospirando, e diceva in cuor suo:
— Quanta bellezza si perde! E gli uomini cantano alla luna!