Quella sera, come di consueto, disposte in semicerchio intorno alla porta, per ricever la luce direttamente, stavano chine sui loro lavori. Tre giorni erano trascorsi dalla notte fatale, e quasi un acconsentimento con la sorte era subentrato alla disperazione dei primi momenti; un acconsentimento doloroso, perchè pensavano esse ai paesi felici nei quali Europa fuggiva, guidata da l'amore forse, chè non credevano altrimenti.

Asia lavorava ad un'enorme calza nera; America era curva sul tombolo; Africa ed Oceania ricamavano, sopra una stoffa verde, un gran fiore giallo.

Divina le guardava in silenzio diritta ed immobile dietro loro.

Cigolò d'improvviso una girella rugginosa su qualche antico pozzo delle vicinanze.

— Dio!... — esclamò Asia portando una mano al cuore.

— Che cos'hai? — chiesero le sorelle levando gli occhi, sorprese.

— Questo rumore mi fa male!

Divina scrollò il capo in atto doloroso e disse:

— Povera figlia, povera figlia mia!

Il cigolio continuò per qualche minuto ancora, e fu seguito da una voce limpida, che, in impeto canoro, mandò un suo lungo canto ai cieli crepuscolari.