E ancora:
— È una tempra d'acciaio. La sventura non lo vince!
Una domenica, giorno in cui gli uomini si guardano le vesti nuove e si aggreggiano abitualmente per le vie, in nome del Signore che si riposò, Gian Battifiore e i tre devoti al suo cammino, avendo occasione di traversar un quartiere popolare, si ebbero dimostrazioni di simpatia, prima da un gruppo di pochi operai, poi da una vera folla.
Fu allora che Gian Battifiore pronunziò il suo primo discorso dopo la triste sventura. Tanto commosse i fieri-urlanti ascoltatori suoi, che, quand'ebbe finito, Albena, una bella del luogo, si inoltrò recando un boccale azzurro, decorato di rossi festoni, e offrì al sindaco riluttante, col suo più bel sorriso, un bicchiere ricolmo del sanguigno vino che Bertinoro dalle vigne opime, profonde agli uomini che scalerebbero il cielo.
Gian Battifiore bevve al bicchiere di Albena e il popolo, a l'atto di fiera democrazia, plaudì frenetico; poi accompagnò, inneggiando alla rivoluzione ed alla scomparsa di tutte le monarchie, il sindaco fino alla sua abitazione e rimase sotto le finestre ad urlar canzoni ed evviva, finchè la notte non fu nei cieli.
Allora Coriolano, il donzello del Municipio, disse a Gian Battifiore:
— Tutto il male non vien per nuocere!
E Bortolo Sangiovese, rispose:
— È vero!
Un'altra volta, quattro ciechi che andavan cantando per le terre di Romagna, su fisarmoniche e vecchi violini sonori, le rapsodie di ignoti eroi, si fermarono sotto la casa di Gian Battifiore. Avevano improvvisato la nenia de l'odio e del ratto, ed ora venivano a farne omaggio al loro signore.