Raccontava che, una volta, entrato in mischia, e trovatosi sprovvisto di armi, afferrò per una gamba uno dei contendenti e se ne fece clava mettendo così in isbaraglio, in pochi minuti, gli uomini inferociti. Un'altra volta, combattendo in Calabria contro il brigantaggio, uccise cinque malfattori di un colpo solo rovesciandoli in un precipizio. E così via.
Le sue avventure erano eroiche. Egli le raccontava, ridendo del riso solenne dei numi e lo stupore si appalesava negli occhi attoniti degli ascoltatori. Qualcuno aveva fatto un calcolo però: secondo i fatti d'arme ai quali Mostardo raccontava aver preso parte, egli avrebbe raggiunto la rispettabile età di centocinquant'anni; ma siccome l'eroe non amava essere contraddetto, ed aveva sempre qualche ragione convincente, i maligni si guardavan bene dal comunicargli le loro osservazioni.
Ora il suo nome di battesimo era Giovanni Casadei, nome che indicava la sua origine ignota. Però, per la perfetta concordanza dei tipi, Augusto Regida lo disse discendente da un antico eroe della città; del quale eroe un cronista del quattrocento parlava in questi termini:
«Cavalier Mostardo, conduttiere et capitano di ventura, homo molto pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle battaglie diverse haveva havuto cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di morte, et a la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et più volte combattè a corpo a corpo et sempre vinse».
Giovanni Casadei credette per davvero fosse il Cavalier Mostardo suo antenato, sì che ne assunse il nome e si gloriò della discendenza.
Negli uffici de l'Aristogitone, il Cavaliere era la seconda persona; la terza era Maraveja, vecchia nutrice di Ardito Popolini. Ella assomigliava ad un arcolaio ed aveva negli occhi tutta la dolcezza stanca delle favole che raccontava a' suoi innumerevoli nipoti. Seduta tutto il giorno su l'uscio della casa di Popolini, faceva certi suoi scacchi componenti una gran coperta matrimoniale destinata forse ad una fra le bionde principesse delle sue fiabe, e si udiva sempre il picchiettio sommesso de' suoi ferri da calza, simile al lento rodere di un tarlo. La casa del suo figlioccio sorgeva in una strada vicina ad una gran torre che segnava il tempo con le sue vecchie campane, fra attimi brevi, quasi ad ogni pulsare di vena: e Maraveja, da lunghi anni, vedeva morire il sole su le alte grondaie rossigne e vedeva passare i fanciulli alle ore consuete. Essi crescevano di anno in anno e la salutavano con varie voci. Ora viveva ella come ombra che si attarda in crepuscoli estivi, solo del ricordo di un giorno.
— Ah, quando c'erano i tedeschi! — soleva dire. Allora aveva sposato, e, per l'umile creatura, tutta la gioia vissuta era di quel tempo.
Il Mostardo amava la vecchia ch'egli chiamava Nonna, quasi per antonomasia e l'amavano così tutti gli abitanti del Rione perchè ella sapeva tacere e parlare a tempo.
Questa, la portinaia del giornale vulcanico nel quale si agitavano i destini di tutta una gente.
Il Cavalier Mostardo fungeva da cronista ne l'Aristogitone; veramente egli era analfabeta, ma il suo pensiero, passando attraverso la penna del Popolini, nulla perdeva della sua originalità.