Il còmpito affidatogli di scovare notizie, le quali mettessero la città a rumore, lo disimpegnava a maraviglia.

Molti scandali si dovevano alla sua perspicacia, al suo intuito da segugio che sapeva scoprire le traccie le quali lo avrebbero tratto a infallibile porto.

Per tale qualità il Cavalier Mostardo era molto temuto.

Un giorno, era trascorso forse un mese da l'arresto di Gargiuvîn, il Mostardo, nelle ore del pomeriggio, andò, contro il suo solito, agli uffici de l'Aristogitone.

A Maraveja ch'era seduta nella sua eterna posa, sugli scalini della porta, chiese:

— C'è Ardito?

La vecchia, senza alzare il capo dal lavoro, rispose come sempre:

— Sì donnino mio!

Il Cavaliere spinse l'uscio ed entrò.

Ardito Popolini scriveva ad un gran tavolo posto in fondo alla stanza; allorchè vide l'amico, emise una specie di saluto gutturale e riabbassò subito gli occhi su le cartelle che riempiva di fitta calligrafia a zampe di mosca.