Il Cavalier Mostardo a quell'ora, era sempre un po' alticcio nè meritava il tempo e la fiducia di chi è spinto da continua fretta sul suo fatale andare.
Mostardo si piantò in mezzo alla stanza. Aveva gli occhi un po' lucidi, il viso era vermiglio come il vessillo del suo partito; i baffi diritti e il cappello da parte accrescevano l'aria piacevolmente spavalda.
Si dondolò su la persona con le mani strette dietro le reni e il petto un po' innanzi; guardò con insistenza l'amico suo, con un sorrisetto furbo, come per dire: — Tu non immagini neppure ciò che sto per rivelarti! — poi tossì leggermente. Attese qualche secondo e visto che l'amichevole richiamo non serviva a distogliere Popolini dalle sue profonde elucubrazioni, abbassò il capo, quasi a riordinar le idee, ed esclamò con voce profonda:
— Io ho un'amante!
Rialzò gli occhi. L'altro continuava imperturbabile il suo lavoro.
Allora fece un passo innanzi e a voce più alta riprese:
— Io ho un'amante!
— Lo so! — disse Ardito e gonfiò le gote per l'impazienza.
— Ascolta — continuò il Cavalier Mostardo, col suo risolino arguto — la mia donna si chiama.....
E il Popolini, scattando: