— Benone! — rispose il Cavalier Mostardo.
— La mando in tipografia?
— Certamente.
— Mi assicuri l'esito dell'inchiesta che farai?
— Sulla mia coscienza! — rispose il Cavaliere, e inarcò le ciglia come soleva fare allorquando Madonna Serietà lo invadeva co' suoi effimeri fuochi.
E come decisero, fu fatto.
Il Cavalier Mostardo chiese consiglio al suo cuor leonino ed entrò in lizza, giacchè egli considerava ogni atto della sua vita, come una fiera battaglia.
CAPITOLO VIII. Nel quale Don Papera si trova in un terribile ginepraio e non sa come uscirne.
Per qualche giorno il saggio prete non uscì di casa; dette ordine a Susanna di far le provviste per una settimana, chiuse ermeticamente porte e finestre, accese la lucerna e si dette a considerare versetto per versetto, con soave intensità d'attenzione, una sua grande Bibbia.
Egli si dilettava di interpretare il senso religioso del Cantico dei Cantici il quale aveva suo inizio con sì dolci parole: «Bacimi egli de' baci della sua bocca: perciocchè i tuoi amori son migliori che il vino.» Anzi, ogni qualvolta aprisse la sua Bibbia, tant'era l'abito di questa di mostrare una determinata faccia, che non v'era caso capitassero, sotto agli occhi del reverendo, le disperate parole de l'Ecclesiaste o le violente visioni di Isaia: sempre il prediletto libro gli porgeva il prediletto frutto: il più bel canto che abbian mai accompagnato, nel lento giro delle danze primaverili, i queruli salterï.