Trascorso qualche secondo d'incertezza, la camerista fece cuor risoluto, avanzò sola, e Didino fu tolto dallo stupore di sogno che teneva l'anima sua assente.
Ondeggiò ne l'immenso ferraiuolo, fece quattro passi, sorrise, volle parlare; ma, ad un cenno, si tacque.
Europa gli si pose a lato e, poi che Divina li ebbe benedetti, partirono verso l'ombra delle campagne; partirono per la loro destinazione primaverile, nel gran rifiorir dei mandorli e dei peschi.
E la gigantesca camerista li guardò disparire sorridendo, poi rientrò in fretta e chiuse la porta, chè, di lontano, si era levata improvvisamente una gazzarra di voci, urlanti gli inni della rivoluzione.
CAPITOLO II. Nel quale Monsignor Rutilante spiega la sua autorità.
— Leggete reverendo — disse la contessa Gilarda Liturgico porgendo a Monsignor Rutilante una lettera sgualcita: — Leggete e ditemi se non ho ragione!
— Comunque sia... — aggiunse Monsignor Rutilante scrollando il capo — ... basta, vediamo.
Inforcati gli occhiali, spiegò il foglietto, e cominciò lentamente, con voce roca e nasale:
Cara mamma,
«scrivendoti, il peccato che sto per commettere mi appare in tutta la sua gravità e ne chiedo umilmente perdono a Dio. So di errare e non posso trattenermi da l'errore. Sii buona, perdonami, perdonami mamma, perchè ti voglio tanto bene e sono molto infelice! (Uhm! commentò Monsignor Rutilante estraendo un suo enorme moccichino rossastro).