E quando Don Papera svoltò per un vicoletto remoto, vide tre brutti figuri che lo salutarono togliendosi il cappello e gridando:

— Evviva la repubblica!

Al qual grido il povero prete, cercando il suo miglior sorriso, rispose:

— Evviva!

CAPITOLO IX. Si osserva ora come l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza possa appianare momentaneamente le cose.

Gli anarchici ritornarono dai loro nascondigli sui monti. Qualcuno li rassicurò ed essi, posto da parte ogni timore, ripresero la via della loro lieta città nel piano.

Arfàt, Marcôn, Schignòtt e Apulinèr, i fuggiaschi per l'idea, pensarono che nessuno li avrebbe tormentati ormai poichè tutto s'era appianato.

Mendicando o prestando opera presso qualche villano, percorsero la lunga via.

Marcôn cantò e disse la ventura e siccome aveva i lunghi capelli a zazzera e il viso pallido degli ispirati, trovò ovunque numerose simpatie. Una vecchia lo pregò di guarire una sua povera figlia che tribolava per l'anma cadù e siccome l'operazione era lunga, egli si trattenne qualche giorno nella casa ospitale. Certi disturbi nervosi, non infrequenti nelle ragazze, i contadini della terra romagnola li spiegano con l'anma cadù o caduta de l'anima. Secondo il loro concetto, l'anima si abbassa dal livello normale e il corpo, svigorendosi per il disequilibrio, si consuma. Un pratico de l'arte poi, con certi suoi nastri e scongiuri, misurando e rimisurando, con nodi e cappii rimette a mano a mano le cose a posto.

Ora Marcôn, per certe malattie, era rinomato quasi come taumaturgo. La vecchia comare lo chiamò ed egli operò il miracolo.