Raggiunse poi i compagni vicino alla città, su gli ultimi contrafforti de l'Apennino. Li trovò, un crepuscolo serale, distesi in un praticello che si apriva fra un ampio anfiteatro di quercie, poco lontano dalla via maestra. Schignòtt ed Arfàt erano intenti a dividere qualche rosicchiolo fra la voracità di Plè, il cane filosofo e di Lèdar, la cornacchia. Apulinèr, disteso col ventre a l'aria, guardava le nuvole rosse e cantava.

Al comparire di Marcôn, non fu scambiata parola e nessuno si scompose. Era loro abito il trattarsi così rudemente e il non sindacar gli atti reciproci con vana curiosità. Andavano uniti, si disunivano a seconda dei casi, non v'era patto prestabilito fra loro; ognuno era padron suo.

Marcôn si assise fra Schignòtt ed Arfàt che lo guardarono appena; solo Plè scodinzolò e Lèdar crocidò il suo contento; anzi, come aveva spiccata simpatia per il profeta, gli volò sopra una spalla.

Nel piano appariva la città co' suoi campanili a cono e le sue torri, tutta animata da un lampeggio rosso di vetri.

Ad un certo punto Apulinèr si alzò:

— Andiamo — disse. — Il rientrare in città prima di notte tarda, è cosa prudente!

— Andiamo! — risposero gli altri.

Plè, ondulando, riprese la strada e Lèdar non si mosse dalla spalla di Marcôn.

Disse Schignòtt:

— Gargiuvîn ci aspetterà!