Per quanto l'altro cercasse sapere la motivazione della strana domanda, non si ebbe in altra risposta da l'ingenuo mendicante se non le due parole con le quali questi aveva chiesto l'oggetto desiderato:

— Dammi quello!

E se l'ebbe e ne fu lieto. Lo guardò con infinita compiacenza cercando poi nella profondità delle proprie tasche qualcosa da riporvi. Dopo un minuto esame estrasse un sigaro, un vecchio sigaro per il quale aveva speciale predilezione; lo rinchiuse nel portafogli e se ne andò contentone, guardando i compagni e la gente che incontrava, con occhi accesi.

Il vagabondo era ricco allora, più ricco di un re perchè aveva appagato i suoi desideri.

Disse Schignòtt, come furon poco lontani dalla città, ed eran già apparse le prime stelle:

— Apulinèr, mi dice il cuore che non dovremmo entrare in città — e come, secondo la consuetudine, il vecchio Apulinèr dalle grandi bizzarrie non si volse manco a guardarlo, Schignòtt continuò quasi, a soddisfare una supposta domanda:

— Perchè, vedi? noi siamo i topi di tutte le trappole e i perpetui sconta-pene delle colpe altrui.

Apulinèr si dette a fischiettare, poi, siccome gli cadde la mazza, la lasciò cadere reiteratamente, ad ogni tre passi, per altre sei volte, perchè egli aveva la mania del tre e del sette e, se compiva cosa che non dovesse ripetersi per tre o per sette volte, riteneva certa e prossima la fine sua.

Entrarono in città ch'erano già accese le fiammelle rossastre dei fanali a gas. Entrarono alla spicciolata e nessuno pose mente agli straccioni che guardavan le stelle ed il selciato, alla ricerca di sogni e di rosicchioli secchi.

Don Vitupèri li accolse con allegrezza. Miarù, il gatto forastico, s'inarcò soffiando, alla comparsa del suo fiero ed implacabile nemico: Plè.