E Gargiuvîn li ospitò ridendo. Aveva innanzi a sè i suoi teschi e lavorava ad una corniola su la quale, con infinita pazienza ed arte squisita, incideva la figura di una morte sorridente, con le braccia protese a l'amplesso. Illuminava l'opera sua e la stanzuccia meschina, un'esile candela. Il volto del pallido artefice, era in netto contrasto di luci e di ombre.
— Ehi! — fece Gargiuvîn sghignazzando — vi presento Tanumlìgh, la spia, che morì quattro anni fa. Guardate che testa aveva, il buffone!
Arfàt che era superstizioso e credeva negli spiriti, si fece il segno della croce. Egli era ne l'ombra ed ebbe cura di non farsi scorgere.
— Hai veduto Apulinèr? — riprese il capo anarchico: — L'ho bollato come si meritava. Per le spie non c'è perdono.
Prese il teschio e ne mostrò la calotta su la quale risaltava in grandi lettere nere, la scritta: Morte alle spie!
Apulinèr lesse la condanna ad alta voce e la ripetè sette volte in tre tempi, metodicamente.
Marcôn dagli occhi spiritati guardò Gargiuvîn ed esclamò:
— Bravo!
— Ehi! — fece il pallido ribelle — a ognuno il suo. Botte agli asini e fieno ai cavalli. Ieri notte Tanumlìgh mi un ardo di traverso perchè gli avevo conciato il cranio a quel modo. Ha corso un brutto rischio sapete, perchè io faccio giustizia. Ma tant'è, l'ho voluto risparmiare. Così al giorno del Giudizio Universale, quando il Signore Iddio lo chiamerà con gli altri per dirgli la buona o la mala sorte, non potrà nascondere i suoi peccatacci. Glie li ho scritti sul cranio e vi rimarranno!
Arfàt, il gigante dagli occhi placidi e timorosi, sentì un brivido di paura.