Gian Battifiore aveva qualcosa più dei cinquantanni e i gravi pensieri che incombono ai guidatori di greggi lo tenevano sotto il loro dominio; pure come poteva non essere distolto dalle sue cure e affascinato da tutta quella luminosità di bellezza che dava come un desiderio vago di moltiplicarsi a l'infinito per tutto abbracciare? C'erano visi sì intensi d'espressione, occhi sì grandi e neri, bocche che parevano l'amore istesso e persone velate da ineffabili eleganze che... ah! il popolo era una gran brutta bestia in paragone!

Quasi quasi si sentiva aristocratico ne l'anima; sì, che dopo tutto nessuno la vedeva ed egli poteva foggiarsela a sua posta, secondo i suoi desideri. I poeti fanno altrettanto. L'anima è un'espressione elastica; è come l'onore.

Così girava gli occhi estasiato. Un giovane amico elegante, Isidoro Quarti, gli diceva i nomi e le particolarità delle intervenute.

— Quella è la contessa Maria Agiolesi; una statua; vede? L'ufficiale che le sta accanto è l'amante suo. Il marito è più giù, guardi, vicino allo stendardo; parla col prefetto.

L'altra, discosta un palco, è la Sinibaldi, la famosa Sinibaldi, la bellezza più superba della nostra terra, sindaco! La guardi bene.

Gian Battifiore aguzzò lo sguardo, stette un attimo estasiato poi esclamò:

— Maravigliosa!

E Quarti continuava:

— Poi la Simetri, la biondissima: Annalena Vanni che ispirò tutto un poema d'amore; la contessa Beatrice Marella, fiore degli stagni. Oh! Guardi Marinella Albisi, la contessa Marinella: quella in celeste, vicino al palco del generale. Le piace? È il viso più squisito ch'io mi conosca!

Poi a voce più bassa: