Passò una nube su lo spirito di Gian Battifiore. Com'era subitamente dileguato il velo di leggiadria che lo aveva ringiovanito di vent'anni! Ecco per un cenno, per un viso egli si sentiva più vecchio delle montagne, vedeva riapparire tutto il pandemonio che aveva turbato la sua famiglia negli ultimi tempi trascorsi.
Trasse un grande sospiro e riguardò l'orologio. Mancavano pochi minuti a l'ora fissata. Volse gli occhi attorno. Tutto era a l'ordine non mancava che il conte Agesilao De' Lavilla coi professori tedeschi.
— Ma dove saranno? — si chiese. E stava per ispedire il Cavalier Mostardo alla ricerca allorchè le cortine celanti l'entrata si sollevarono e Fredrich Hoblein, Heinrich Krapffer, Sigmund Hoergritz entrarono l'uno dopo l'altro lentamente, rigidamente, solennemente.
E siccome, per giungere alla cattedra oratoria, dovevan passare sotto la tribuna degli studenti, un coro di brevi risa li seguì. Ma il Cavalier Mostardo che avea il compito de l'entusiasmo, ebbe un grido di evviva al quale rispose la sua numerosa popolar coorte.
— E sta bene! — mormorò Bortolo Sangiovese. Egli mostrava la sua bella faccia rossa nella tribuna degli assessori.
Passò un silenzio preparatorio. Si aspettava veramente il conte Agesilao De' Lavilla incaricato di presentare Fredrich Hoblein. Prima però doveva inaugurar la seduta Gian Battifiore. Il gran silenzio intimorì il povero maestro di democrazia. Tutti gli occhi convergevano su lui; gli pareva avere fisso sul viso il fuoco di una lente enorme.
La musica municipale intonò la marcia della Giovane Romagna che fu accolta da grida ed entusiasmò il popolo divoratore di semenza; sicchè quando Gian Battifiore fu per prendere la parola (era giunto il conte Agesilao De' Lavilla) non potè, chè, dal recinto popolare, una tempesta di urli si levò in note acute e semitonate:
— L'Inno, l'Inno, l'Inno!
— Li hai invitati i tuoi guastamestieri? — gridò Gian Battifiore a Ardito Popolini che gli era vicino. — Ora guarda che figura ci fanno fare!
Il Popolini rimase un poco perplesso, guardò le tribune, guardò il recinto de' suoi fratelli adottivi, poi come vide che il tumulto non accennava a quietarsi, fece un cenno imperioso al capo musica che lo fissava aspettando e le note belliche de l'inno di Garibaldi irruppero, volarono come in uno scoppio di gioia. Tutti gli assessori si levarono in piedi. Nel chiarissimo cielo di maggio sventolavano gli stendardi rossi.