Vi fu qualche incertezza dapprima; gli studenti si protesero per intender meglio, poi si udiron mormorii, sussurri, risatine.
L'Hoblein parlava latino.
E come il mormorio, con l'avanzare de l'orazione, si accrebbe e il pubblico sempre più si mostrò disattento, il conte Agesilao fece al Cavalier Mostardo il segno convenuto onde questi si dette ad applaudire e dietro lui la massa dei seguaci.
Ma allorchè la calma fu ristabilita, durante una pausa che fece seguito ad una lunga perorazione, si vide dal recinto del popolo sporgere il viso malignetto e satiresco di Gargiuvîn e si udì la sua voce gridare in note sopracute:
— Evviva l'anarchia!
E se l'ilarità accompagnò il bel gesto di mattoide, vi furon signore che fecero il viso de l'arme onde ne nacque un certo turbamento.
— Fuori! — gridò una voce.
— Alla porta! — gridaron mille.
E il povero cianchettante ribelle fu preso fra i pennacchi rossi. Egli non fece resistenza: sorrise e gli occhi suoi lampeggiarono come per un trionfo.
Il corpo di guardia era a due passi; il tragitto fu brevissimo e Gargiuvîn si lasciò condurre placidamente; ma quando fu per entrare, s'inarcò su la persona, guardò le guardie che vegliavano il luogo ed esclamò aprendo le braccia: