— Non c'è ma che tenga.
Così Smeraldina bionda, la molteplice e malinconica madre, si era posta a capo del suo piccolo esercito e fra comandi, brontolii, strapazzate, dirigeva l'infrequente opera con disperata energia, pronta a sacrificarsi per il suo amor proprio. Tutta la casa era satura di un forte odore di cucina, fino alle soffitte, fino alla scuderia, dove la cavalla storna aspettava, annitrendo, il suo fieno.
— Baròzz bada all'arrosto! — gridò Smeraldina giungendo con una gran corba di spinaci — A che cosa pensi? Gira!
E Baròzz, seduto sotto la nera cappa del camino medioevale, grondò sudore per l'opera continua e l'alta fiamma di un vivissimo fuoco, e riprese a girar gli spiedi lentamente, continuamente, fischiettando.
I compagni suoi eran così, sorridenti per l'opera nuova ed inusitata, vicino a grandi casseruole di rame lucente e ai fornelli dai quali si sprigionava la bluastra fiamma del carbone.
Cruschîn spennava i galletti di primo canto, Bùrgot li abollessava, Sghìrbazz chino sopra un grande mortaio di rame, adorno di larghi festoni di fiori e frutta, pestava una sua abbondante miscela fra il bianco ed il vermiglio della quale non sapeva la composizione, ma che avrebbe mangiato volentieri.
— Quanti ne hai spennati? — chiese Smeraldina a Cruschîn.
— Trentadue! — rispose l'uomo dalla faccia gioviale. — Tutto un pollaio!
— Bisogna spennarne altri sei!
— Come volete Smeralda! — rispose sorridendo l'uomo.