— Sì.

Sghìrbazz dalla faccia rugosa tra il pensoso, il bonario e l'idiota, era sempre di tutte le opinioni perchè non si era mai permesso di averne una. Fra tutte le parole prediligeva il ; per tale predilezione aveva preso moglie.

L'opera continuò ardente, affrettata, affannata fra uno sfrigolìo, uno schioppettìo, un agitarsi, un correre sotto il bagliore delle alte fiamme che salivano per l'ampia cappa del camino medioevale e facevan scintillare i pochi rami rimasti appesi al muro qua e là, in ordine sparso.

Volgevan le ore prossime al meriggio; gli invitati dovevan giungere a mezzogiorno. Già Bortolo Sangiovese si era affacciato alla porta della cucina per chiedere in tono amorevole:

— Come va? come va?

— Vada fuori! Non voglio nessuno qui! — gli aveva gridato la mite Smeralda e il signor Bortolo, per non compromettere le cose, non aveva insistito.

Cominciò poi uno scampanellìo assiduo. Rudàr, il vecchio stalliere che altro non aveva maneggiato in vita sua se non il tridente, doveva in quel giorno aprir la porta agli invitati e servirli a tavola.

Bortolo passeggiava nella sala al piano superiore, dov'era apparecchiata la lunga tavola. La sala era un corridoio di passaggio; l'unico ambiente capace di accogliere trenta persone.

A mezzogiorno e un quarto tutti gli invitati erano giunti; si poteva cominciare.

Bortolo suonò un grande campanello, simbolo della sua presidenza padronale sul buon ordine del pasto, e Rudàr comparve.