— Siamo all'ordine?
— Sì signore.
— Allora in tavola. — E scampanellando verso gli invitati che si erano divisi a gruppi e parlavano ad alta voce producendo grande frastuono, gridò:
— A tavola signore e signori! A tavola!
Il vocìo si tacque, si perse in fioco sussurrare. Ognuno si avvicinò guardando i cartellini ch'erano stati posti fra gli innumerevoli bicchieri e le grandi bottiglie e sui quali Smeraldina, la sera innanzi, con la sua calligrafia ferocemente scomposta, aveva tracciato il nome dei singoli invitati.
Con un po' di buona volontà furono occupati i posti rispettivi, poi i commensali si guardarono in viso senza dir parola.
Solo Augusto Regida e Giacomo Berbieri, che si erano posti accanto, sorridevano osservando.
A capo della lunga tavola troneggiavan i tre scienziati tedeschi dalle faccie inespressive ed impassibili e parevano, riavvicinati così, una qualche antica trimurti sacra a l'ignoto. Seguiva il conte Agesilao De' Lavilla sorridente e lucente come una meleagrina madreperlifera; poi la signora Eulalia, vecchietta piena di rughe e di sorrisi, e tutta raumiliata di trovarsi tanto vicina alle oscurissime potenze della trimurti tedesca; le sedeva di fronte il marito Pantaleone, vecchio medico pensionato.
Intermezzate poi agli assessori, erano le figlie di Gian Battifiore. Asia che vestiva sempre di giallo; America che aveva una veste bianca fatta con arte propiziatrice al seno; Africa e Oceania, pallide come abbominevoli orzate, come larve di maggiolini. Seguiva Veneranda, il conte Alfonso de' Bigamia, Regida, Berbieri e moltissimi altri.
Gian Battifiore sedeva a capo tavola, di fronte agli scienziati tedeschi. Bortolo Sangiovese aveva a destra il Popolini, a sinistra la signora Zarbi; vedova per la quale propendeva la simpatia del vecchio scapolo.