— Io sono nata a Parigi.

— È parigina?

— Sì, signore.

— Allora, francese?

— Sì, signore.

— Per Bios! Allora è repubblicana! Qua la mano!

E tese il suo manone monumentale nel quale scomparve la piccola mano di lei.

Dio, gli pareva di stringere un'allodola, un beccafico! Sentiva una cosa tanto tepida e morbida che se la sarebbe mangiata! E non si decideva ad abbandonar quella mano che Ninon Fauvétte non aveva, d'altra parte, nessuna fretta di ritirare.

Così stando le cose, l'orizzonte, per un attimo schiarito, si rabbuiò in un baleno. Il nostro Cavaliere accostò ancora la seggiola. Ma, per Dacco! Se non scappa lei devo forse scappar io?... Qui non si tratta più di educazione. Non è poi mica una verginella di quindici anni!... Lo saprà pure come siamo fatti noi altri uomini! Io sono un gentiluomo, sì, sono un gentiluomo, ma non ho mica fatto voto di castità. Il pepe è sempre pepe, e questa parigina ne ha parecchio. Se lei si guarda, ebbene, io mi guarderò; ma se lei non si guarda, non mi guarderò neppur io...

Così veniva ragionando e invermigliandosi il Cavalier Mostardo e la bella Fauvétte l'osservava e si divertiva. Ella sentiva già di averlo tutto in suo potere; era certa di poter disporre di quel colosso, come meglio le fosse piaciuto.