— Niente... niente!...

Lo portarono su. Chiamarono un contadino perchè li aiutasse. Un'ora dopo, la cosa era spacciata. Bortolo Sangiovese aveva passata la linea.

Be', e questo non destò che non mormorìo tra gli uomini della sua tempra e del suo sangue. Bartolomeo Campana disse:

— Oggi a me, domani a te!

E infatti il fato fu giusto perchè all'indomani toccò proprio a lui.

Dopo il Campana fu Gian Battifiore ed altri molti. L'antica coorte si disperdeva. Veniva innanzi gente nuova: i ragazzi del giorno prima. Gente che aveva studiato e che portava un concetto diverso nella lotta.

Poi il socialismo aveva fatto passi da gigante. Mezze le campagne ne erano inquinate e la repubblica, se voleva vivere, doveva acconciarsi alle nuove esigenze, anche a costo di non essere più repubblica.

Questo vedeva il Cavalier Mostardo, uomo di antica tradizione e, quando il mutamento avvenne, egli era sui suoi cinquantacinque anni.

Cinquantacinque anni e un bivio! Un'ora centrale nella vita di un uomo par suo.

Fino a quel giorno, o meglio, fino a qualche anno prima egli aveva signoreggiato e spadroneggiato. Il partito era nelle sue mani; ne disponeva come di un cavallo e di una femmina maligna perchè era un uomo forte. La sua forza era la sua virtù; la sua prepotenza, il suo diritto. Ed egli inoltre aveva imparato dai suoi maggiori, ad esser repubblicano senza preoccuparsi troppo del contenuto dell'idea repubblicana. La repubblica era una convinzione e una gioia e non un tormento come la riducevano i nuovi. Così ragionava.