— Una volta... Eh, sì!... Una volta c'era meno Cattedra!... (Ecco la parola nuova che aveva conquistata; e gli serviva a derisione contro tutto ciò che non riusciva a capire). Meno Cattedra c'era!... La Repubblica!... Ecco quello che volevamo. Oggi si fan troppo chiacchiere. E quel socialismo?... Uomini senza passato. Vengon su dalla bottega... domani sono capipopolo. Peuh!... E i contadini, questa razza egoista che vede lume solamente attraverso ai baiocchi?... I contadini ci tradiscono perchè promettiamo meno dei socialisti. Ma dobbiam tener sodo. Mazzini e Garibaldi ci insegnano. Poi non si arriva al socialismo se non attraverso alla Repubblica sociale. Hai capito?...

Ed era sodisfatto; aveva detto quel che poteva, ma ormai era nato il dubbio anche nell'anima sua gioconda. Se i giovani del Circolo Mazzini lo trattavano con una certa superiorità non priva di disprezzo; se non era più chiamato ai segreti consigli, se anche nelle ultime elezioni comunali lo avevano bocciato mentre era riuscito consigliere un qualsiasi villano sceso da una parrocchia dei colli, doveva esservi indubbiamente una profonda causa. Altri forse si sarebbe rassegnato alla propria sorte; ma il Cavalier Mostardo, no. Come uomo egli apparteneva alla specie politica (specie tanto diffusa in Romagna) e a tutto avrebbe rinunziato fuorchè al potere. Così siccome molto si parlava di studio in quei tempi, il Cavalier Mostardo si decise a studiare:

E anche questa era cosa più difficile a farsi che a dire.

Consigliarsi non voleva. Ne' suoi cinquantacinque anni di vita aveva imparato che, a non voler far sapere una cosa, bisognava tenersela dentro. Se egli, puta caso, avesse chiesto in gran segretezza a Popolini o a qualcuno del conio, un consiglio circa i progettati studi, ne avrebbe avuto forse un consiglio ma anche la beffe al caffè e per le adunate serali. Poi avrebbe voluto prepararsi in silenzio, uscire un bel giorno con un discorso strabiliante, pieno di tutte le oscure cose che non riusciva tuttavia nonchè a stabilire, a intravvedere; avrebbe voluto vendicarsi della sfacciata superiorità dei giovani e dimostrare che il suo ingegno anzichè spaventarsi di fronte alle nuove bazzecole, se n'era impadronito, le aveva superate. Oh, la gioia!... Ed esser solo in una grande assemblea, solo sul palco degli oratori, e la voce forte riempie la sala e i cuori; ritorna con gli applausi e gli evviva. Ah, la pienezza di un simile trionfo!... E in mente si costruiva brani di un discorso, parole calde, balzate dall'entusiasmo; e diceva e gestiva e s'investiva della sua parte, tanto in casa quanto per le strade, finchè qualcuno non lo ridestava ridendo.

Alle domande degli amici rispondeva allora con una frase unica:

— Ho dei pensieri!...

Il Cavalier Mostardo aveva dei pensieri! Nel paese se ne parlava e i curiosi andavano investigando per saper s'egli fosse per fallire. Tale gioia era vietata ai maligni. Gli affari del Cavaliere andavan franchi e spediti.

La sua decisione allora dovè maturare e compiersi nel silenzio.


E il Cavalier Mostardo si dette a sfogliare i vecchi libri che aveva da anni ed anni in fondo a una cassa e dei quali non si era occupato mai.