Ma il Cavalier Mostardo non rise più, d'improvviso avvertì la tragica miseria di quel povero uomo che si condannava, nonostante la sua tremenda paura, a passar le notti all'aperto a guardia della sua poca sementa, la quale gli rappresentava forse lo scarso pane di tutto l'anno; che sfidava le ire dei rossi e dei gialli e fermava i pattuglioni, da solo, raccogliendone le belle conseguenze che stava esperimentando, e non volle che nessuno più si prendesse giuoco di lui. Divenne implacabile; sentì che aggiungere la beffa e lo scherno a quella povertà che tentava coprirsi degnamente con gli ultimi suoi cenci, era vile, e da assalitore si tramutò in protettore. Il senso di giustizia che regolava ogni sua azione non poteva consentirgli di veder maltrattato un povero e un debole, si chiamasse pure conte Polpetta. No, si doveva rispettare la misera creatura a guardia di un mucchietto di grano e, per far valere la volontà sua cisa, incominciò con l'afferrare il Cieco di Civitella, il quale accostatosi al povero conte, si divertiva a punzecchiarlo e a fargli paura, e, afferrato che l'ebbe, a gettarlo lungo disteso in mezzo alla strada.

Il silenzio fu immediato. Allora Mostardo parlò.

— Se non foste figli di buone donne e se aveste un cuore, dovreste fare di volontà vostra quello che farò io e cioè prendere sotto la vostra tutela il poco grano di questo magro galantuomo. Se non lo farete vi mantenete pezzi da forca come siete sempre stati fino ad oggi. Avete capito?... Perchè qui non c'è più partito, qui c'è solo un cacume! A me non importa sapere come si chiami questo signore: è un povero diavolo! Volevate farlo Papa! Guai a chi si proverà! Dovete sapere che, da oggi, il conte Polpetta è sotto la mia protezione. E basta!

L'ha rasôn! — mormorarono i sozii.

— Sicuro che ho ragione! Che cosa sono tre staia di grano? Non rappresentano neppure il pane per un anno! Poi guardatelo!... Questo è il coraggio del Papa!... Ti crea un nobile e lo fa morir di fame!...

In così dire, il Cavalier Mostardo aveva tolta la lanterna cieca di mano al Secco e, rivoltala sul pover'uomo, lo illuminò in pieno.

Il conte Polpetta abbassò gli occhi.

Allora lo si vide tutto quanto. Vestiva una palandrana rossigna, tutta a congegnati rammendi, striminzita, slabbrata, sfilacciata ai bordi, con due bottoni mancanti. E camicia non ne aveva, ma portava, con dignitosa cura, un colletto di gomma e un fazzoletto nero che gli teneva ufficio di cravatta e di camicia coprendo quel poco di sparato che la palandrana non poteva coprire. Naturalmente tale colletto, non avendo nessun punto di presa, gli saliva verso la nuca e il povero conte era costretto, a quando a quando, a rimetterlo a posto. I pantaloni avevan le frangie e, per quanto tentassero raggiungere le scarpe, non vi riuscivano, tantochè fra il loro finire e il cominciar della scarpa rimaneva lo stinco ignudo perchè di calze il povero conte non ne aveva. Aveva però le scarpe che erano una rovina veneranda non serbando intatti se non i tiranti che sporgevano come due speroni fuori posto.

Compiva l'abbigliamento una vecchia paglietta rosicchiata dai topi.

Sulla lunga e spettrale magrezza di codest'uomo non erano altri indumenti.