Fino a quel tempo aveva vissuto come un fuori sacco. La parola era sua; o meglio l'aveva tolta dall'uso postale a significare la specialissima condizione di coloro che non s'adattano agli usi correnti. Fuori sacco era un ribelle, un anarca, un refrattario, uno sperduto, un vagabondo; fuori sacco era l'uomo che non accetta ciecamente ogni imposizione e coercizione sociale ma sì bene ritraesi in disparte e disapprova; non entra, insomma, nel sacco delle lettere commiste, ma viaggia per proprio conto in privilegiato disdegno.

Come tale era passato adunque il Cavalier Mostardo nella vita, curando la donna solo per quella piccola parte che gli poteva convenire. Si era accorto sì e no della esistenza di lei. Oltre la politica, gli affari lo avevan tutto assorbito e sempre. A cinquantacinque anni egli era tuttavia celibe e forte. Doveva aprire e conoscere ancòra quella parte del libro della vita nella quale si ragiona e si canta d'amore.

Troppo tardi? Il dubbio poteva preoccupare forse un uomo corrotto ed esperto, non lui.

Cinquantacinque anni erano ancòra primavera al Cavalier Mostardo. Gli occhi suoi lampeggiavano; i capelli e i mustacchi erano genuinamente neri; il corpo saldo; la mente pronta e la volontà e la forza. Ciò che faceva a venticinque e a trenta poteva fare a cinquantacinque anni. Non v'era fior di giovine che gli stesse a paro. Determinato il potere e nella coscienza sua e in quella del popolo, gli anni, il triste novero degli anni era svalorizzato, evaporava.

Ciò ch'egli era nel tempo, era. Un buon querciolo con tutte le sue rame in ordine. E se strizzava l'occhio a qualche squillante ragazzona, sorpreso da un ondulare di lunate anche, se questo faceva, poffarbacco! che le gioconde non s'affibbiavan la gonna, nè torcevan la faccia! Sì ch'egli poteva fecondare una vergine, in comune gioia, al cospetto del popolo sovrano! E Mostardo era un segno popolaresco nella terra dagli enormi buoi.

Ma questo era un giuoco. Un esempio sporadico.

Compiuta la cosa, con lei si compiva la giornata ed ogni conseguenza. Le gioconde riprendevan la via della notte o dell'alba, senza bagattelle, senza parole spente. Un bel rossore sulla faccia e il cuore in pace. Pareggiato il dare all'avere; conti resi e pari e patta. Niente più. Il giorno dopo si riparlava di politica e ciò ch'era avvenuto nella notte era affare d'ombre e di stelle. Cosa secondaria, eccedente dalla serietà quotidiana.

Ma ora doveva essere cosa diversa. A quel punto della sua vita; date le nuove condizioni della lotta politica e la necessità di trionfarne, il Cavalier Mostardo sentiva di aver bisogno della donna scoperta nei romanzi. Gli ci voleva la donna guida e decorazione. Egli pensava che una bella ed elegante compagna avrebbe rialzato il suo prestigio, la dignità sua di fronte al popolo, poi anche un tardo istinto di perdizione lo spingeva al cimento. E voleva assaporare il frutto nuovo; sapere intimamente com'era... la cosa aristocratica.

Poi nella fusione del suo sangue con quello di una donna superiore, non poteva esservi un principio di saggia politica... Un assaggio?...

Sì, doveva tentare; era necessario.