Inoltre quante mai cose nuove, insospettate, gli erano apparse attraverso ai suoi dolci romanzi. E che vita aveva egli vissuto se non aveva neppure immaginato l'esistenza di tanto miele?... Le belle parole, i bei pleniluni, le ville, i giardini, le angoscie... L'amore, insomma l'amore!...


Ora il Cavaliere si teneva in casa da vent'anni e più un uomo che gli era servo e compagno, chiamato senza ragione e senza necessità Rigaglia. Puffone, il padre di lui, niente aveva a che fare coi visceri dei volatili. Perchè al figliuolo fosse toccato il battesimo di Rigaglia nessuno sapeva. Mistero nel grembo del fato. Nelle quotidiane contingenze l'uomo cinquantenne era per tutti Rigaglia di Puffone; o meglio, nel patrio dialetto: Rigaja d'Puffôn. E si era acconciato al suo popolare battesimo.

Rigaglia era contadino, figlio di contadini: pura razza intatta. Parlava di bestie e di raccolti e più spesso taceva. La politica gli si era incuneata nel duro cranio come un diritto, accanto alla superstizione e alla sorella ignoranza. Nemico di Dio, aveva inserito nell'angusto spazio occupato dalla divinità: e' pòpul! Il popolo: ciò è a dire tutto! Il popolo doveva impadronirsi dei campi e dei forzieri, questo il suo concetto. Ad antitesi del Popolo, i signori. Per Rigaglia era signore chiunque non vestisse alla sua foggia.

Quest'uomo era battagliero nella massa; vigliacco nel caso sporadico. Da solo, si acconciava a discutere e ad aver torto; nella massa era un dannato eroe. Dannato eroe, ecco Rigaglia di Puffone dalla spessa fronte rugosa e dal grifo di porco.

Il Cavalier Mostardo se l'era tratto dietro nei bei tempi della sua lotta più aspra, quando ancora lo spregevole moderatume accettava di combattere. Se l'era tratto dietro a guisa di cane, dalle campagne e gli era rimasto in casa.

Due uomini in una grande casa deserta. Allora il Cavaliere, oltre alla politica, pensava ad arricchire. Trafficava in buoi, in cavalli, in granaglie; comprava e rivendeva case e poderi. Rigaglia gli fu necessario ne' suoi traffici: era uomo astuto e senza troppi scrupoli. Braccava l'occasione: il fallimento, il dissesto e suggeriva l'affare. Molte volte fungeva da interposta persona quanto meno chiara era la cosa. Siccome anche il suo particolare peculio aumentava, aveva una spietata iniziativa. La pietà è virtù dei falliti senza dolo: Rigaglia non ne sapeva l'esistenza. Molte volte il Cavalier Mostardo doveva fermarlo per un residuo di pudore. Avrebbe venduto anche e' pòpul, se in ciò fosse stato il suo tornaconto. Così incominciò a rispettare la Cassa di Risparmio e gli piacque.

E il Cavalier Mostardo arricchì. Vi fu giorno in cui potè contare su varie centinaia di migliaia di lire. Ciò gli fece sempre più affezionato Rigaglia che non pensava più ai campi e a Puffone, agricoltore di molto pelo. Anzi si allontanò dal padre perchè una volta gli chiese venti scudi.

Rigaglia aveva il governo della casa: era cuoco, cantiniere, massaia, tutto. Ciò implicava un sistematico furto casalingo; ma il Cavalier Mostardo sapeva e taceva.

Erano insieme da vent'anni e più; il piccolo e il grande, e insieme avevano fatto la fortuna loro.