Il Cavalier Mostardo si limitò a stringersi fra le spalle e a rispondere:
— Avrai anche ragione, ma siamo sempre fra le quisquilie della Cattedra.
— Ecco l'esempio — riprese il conte Ildebrando. — Eravamo tutti poveri; ora abbiamo fondata l'Isola Felice. Con le nostre forze unite diamo insegnamento. L'idea fu mia. La contessa Penelope Tompinelli possedeva un vecchio teatro chiuso al pubblico da una trentina d'anni: il teatro dei Battuti verdi; e la contessa non aveva altro e con quello non poteva vivere. Allora io pensai: — Ebbene vivrà su quello e con lei vivremo quanti siamo, paria della classe nobiliare. Detto teatro era affittato come magazzino. Lanciai l'idea fra i miei consimili nel nome di Carlo Fourier e per la Grande Idea. Fummo molti ben presto. Ciascuno portò ciò che aveva: danaro, terre, oggetti. Ora siamo venticinque e possediamo un campo e mezzo e molte altre cose. Cioè non possediamo niente. Noi si scompare nella Comunità. E il Teatro dei Battuti verdi è stato ribattezzato l'Isola Felice. Cavaliere, io vi prego, in nome mio e de' miei compagni, di volerci onorare della vostra presenza.
— Va bene. Verrò, — rispose Mostardo. Poi fu ripreso dalla sua spensierata gaiezza e soggiunse: — E, di grazia, il vostro pudore non vi fa più male?
— Mi fa male, sì — disse il conte Polpetta; — ma, per me, è una gloria!
— Sarà una gloria; ma non diremo abbia scelto un bel soggiorno!
— I miei compagni potranno vedere che ho difeso i beni della comunità... per cui...
— Ben detto, caro conte!... Allora qua la mano e... senza rancore, non è vero?
— Senza rancore!...
— E... se qualche giorno... che so... non mi sembrate proprio grasso come un parroco!... Se qualche giorno aveste bisogno del Cavalier Mostardo, ricordate che Mostardo ha un debito con voi.