— Bum! — fece in coro la compagnia dei molossi!
— Ed io ti dico — riprese Mostardo — che se una macchina rossa entra nella tua aia, tu vai a ridere con le lucertole nel camposanto.
— State attento di non arrivarci prima voi!
— Non aver paura, galantuomo!
— Vói, burdèll!... (Ehi, ragazzo!...) — gridò Bucalosso e si era già scagliato all'assalto; ma l'altro fu pronto a serrare la porta e a barricarsi dentro. Si levò un coro di contumelie all'indirizzo di Jusèf. Bucalosso propose di appiccare il fuoco a tutti i pagliai. Mostardo non volle. Attraversarono l'aia; ritornarono dove li attendevano gli altri sozii. Come ebbero superata la siepe, furono colpiti da un lamento sommesso; però chi vi pose mente fu Mostardo. Arrivato al punto di sosta della brigata, non tardò ad accorgersi che chi si lamentava non era altri che l'impacchettato e cioè il suo avversario politico e nemico acerrimo Epaminonda Borgnini. Gli si accostò e chiese ai presenti:
— Che cos'ha fatto?... Perchè si lamenta?
I sozii dieron nel ridere.
— Rispondete! — gridò Mostardo. — Che cosa gli avete fatto?
— Quello che avete detto voi! — rispose il Secco.
Mostardo allibì. Si rammentò delle parole che aveva pronunciato scherzando... ma la maramaglia le aveva prese sul serio. Allora, aperta la lanterna cieca e chinatosi a guardare, potè convincersi che il lamento di Borgnini non era ingiustificato. Gli avevan empito il didietro di spine razze.