— Hanno detto che vogliono parlarvi.
— Dì che aspettino.
— Sì.
E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello. Era contento. Sentiva che le cose gli andavano col vento in poppa, nell'amore, nella politica, nel giornalismo. Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi, dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando ci si metteva di buzzo buono! Intanto, quel giorno stesso, voleva trovarsi con Mignon per renderle conto del suo operato e per averne un qualche compenso in natura, se fosse stato possibile. Lo scherzo fatto a Borgnini, legato alla porta della Camera rossa, a quell'ora doveva già correre i quattro canti della Città del Capricorno e Ninon Fauvétte, fior di Parigi, doveva averne sentito parlare. Nel pomeriggio si sarebbe presentato in pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe chiesto di lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva di riscuotere il premio della sua prestazione d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso per non insistere così, sui due piedi. Poi... chissà quale putiferio e quale fiumana di vendette gli avrebbe procurata l'impresa della notte trascorsa. I rossi non si sarebbero dati per vinti. Gli conveniva star sull'avviso per non avere qualche improvvisata di cattivo genere. Avrebbe sguinzagliato subito i suoi informatori per la Città del Capricorno e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi capitavano a proposito. Ascoltare, indagare, riferire!
— Si giuoca una partita grossa. Ne va di mezzo tutto quanto l'avvenire.
Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta. Dall'orto, dietro il cortile, cantavano le cicale. Il sole era alto. Intorno al cono del gran campanile stridevano le rondini nere; le rondini nere col panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu rasserenato solo da quel po' di cielo turchino, dalla rossa maestà del campanile e dal volo dei balestrucci. Era un giorno di Dio, di una chiarezza profonda. La bella e bionda estate non domandava agli uomini che un po' di fatica e per questa fatica portava un gran dono di pace. E gli uomini si mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo l'estate, ma tutte le quattro stagioni.
Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro; mormorò:
— Poveretto me!
E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a Spadarella. Dall'oasi più dolce del suo cuore era sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine della sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier Mostardo rinacque Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
Ora non era neppure più padrone del suo tempo e del suo amore; doveva sacrificar tutto... tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave; sfuggire il riposo di un giardino quando più lo desiderava; non vedere la sua piccola creatura quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?... Per sentirsi prendere in giro sui giornali.