— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo, e il suo viso si rasserenò. — Che male gli ho fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E i miei uomini ti possono dire che non sono stato io che gli ho riempito il didietro di spine razze!

— Gli avete ridotto il versante a bacio, come un puntaspilli, pover'uomo!

Risero tutti quanti.

— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci avevano preso fra due fuochi.

Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia della spedizione notturna e, quando il Cavaliere ebbe finito, disse:

— Incominciamo con troppi feriti!

— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando si fanno le schioppettate, sono inconvenienti che capitano.

Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias, l'avvocato Relli, Ildebrando Sgarzi, Girolamo Putti, Domokos Barbantini, Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo, l'onorevole, seguito da Coriolano.

Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti; erano dieci persone: le più grosse teste del partito, Coriolano compreso, al quale, d'altra parte, non nuoceva la sua qualità di donzello del Comune. Non si viveva in tempi di Democrazia Pura? Coriolano soleva dire, con la sua voce un po' rauca e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:

— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello col di grande. Così... Donzello! Perchè quando un Coriolano, che non è un uomo di corta misura, copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di primissimo ordine.