Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e della confidenza degli uomini più grandi del partito e, in genere, della Democrazia. Diceva che Innocenzo Cappa gli era come fratello; Barzilai lo adorava; Leonida Bissolati gli scriveva quasi tutte le settimane; Turati gli aveva dato tali e tante prove di stima che, una volta, non essendo contento, il suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico assunto dal grand'uomo di parte, incontratolo un giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad abbordarlo con queste precise parole:

— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non mi è piaciuto niente. Dai troppa confidenza a Giolitti. Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è un uomo che ti frega!

E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano, si era alzato dalla seggiola e gli aveva buttato le braccia al collo dicendogli:

— Come si vede che mi sei amico sincero!... Grazie, Coriolano. Seguirò il tuo consiglio.

Quando Coriolano raccontava queste cose nei crocchi, tanto era convinto di dire la verità che si arrubinava dal gran piacere. E qualche credenzone lo trovava sempre.

Ma le sue grandi amicizie non si fermavano qui, perchè Claudio Treves, Pantano, Labriola, Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino Morgan, Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati o gli erano fedelissimi e Coriolano citava il motto dell'uno, la barzelletta dell'altro, l'intimità bonacciona del terzo. Tutti erano stati a desinare a casa sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della sua ottima cucina e del suo vino piramidale.

— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto leccare i baffi perfino a Claudio Treves che di vino ne beve poco e male!...

Questa era l'autorità di Coriolano, detto il Donzello col di grande. E a forza di prendersi sul serio, pover'uomo, nonostante l'asma che lo ammazzava, aveva trovato molti repubblicani della Città del Capricorno che lo tenevano in considerazione schietta. Poi era un uomo utile, specialmente nei banchetti. Andavano famose le trippe come sapeva farle cucinar lui, da un oste amico suo. Grande organizzatore di agapi fraterne e mangiatore monumentale era Coriolano, Donzello della Democrazia. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse; nè scendeva alla Città del Capricorno uomo politico che non lo avesse alle costole dalla mattina alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio e senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da paraninfo, non inteso nel senso di guardiano di castità. E, per tutto questo, non chiedeva nessun onore diverso da quello che consisteva nella possibilità di poter dare un consiglio a un uomo illustre. Aveva solamente questa debolezza, povero Donzello, e non faceva male a nessuno.

Com'era naturale, nella Città del Capricorno non mancava gente arguta che avesse notata la cosa, rilevando anche l'inopportunità continua del suo intervenire e consigliare, tantochè «i consigli di Coriolano» erano passati come un modo di dire proverbiale.

Di media statura, semicalvo, con una bella testa brachicefala, robusto, il largo rubicondo e ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente Coriolano, il Donzello della Democrazia. Egli soleva dire che non gli sarebbe mancata nessuna qualità per essere un grande uomo politico, solo la natura lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli un difetto del quale non era potuto guarir mai: la balbuzie.