Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma la balbuzie gli tappava la bocca ostinatissimamente.

Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias, che Demostene aveva sofferto dello stesso intoppo del quale era guarito mettendosi un sassolino in bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle rive del mare, Coriolano, per non essere da meno di Demostene, era stato a Rimini per una intiera estate e aveva urlato a più non posso, quando il mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il famoso sassolino.

Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano al ritorno. Quando, alla metà di settembre, il Donzello della Democrazia, fece la sua ricomparsa nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono intorno e volevano ch'egli improvvisasse un discorso politico. Ma così rispose Coriolano:

— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi ppp... pppp... parlar di Demostene! Mmm... mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh... chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...

E la faccenda del sassolino non gli fu più perdonata, povero Coriolano; nè potè aprir bocca nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle prime stentate parole, non lo investissero da tutte le parti e non gli gridassero ridendo:

— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...

Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva prendere con garbo anche questa sua nuova disgrazia.

Ora egli era entrato, necessariamente, dopo l'onorevole, trascurando Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e suo principale e donno, come persona di molto minore importanza. Dove c'era un onorevole, Coriolano non poteva aver dubbi circa la scelta.


Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole, sentì dolorar più forte la ferita inflittagli dalle parole del gobbo Pulizia e del moro Fabrizi e non si tenne dal dire: