— Signori! — riprese l'onorevole. — Alea jacta est! Siamo alla battaglia del Rubicone! Il Blocco è infranto...
— Bene! — gridò Mostardo.
— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa la mano fraterna ai rossi e i rossi, mentre si valevano della nostra alleanza e della forza nostra, in tempo di elezioni, tentavano poi con la loro opera subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio giuoco, di esautorarci, di assorbirci. La Repubblica doveva far da balia al Socialismo e morirne!... Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria, ha troppe scolte su gli ultimi lembi del più lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato nel presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne ingiustizia ne vada dispersa, lo scagliamo verso il remoto futuro.
Noi... i gialli!...
All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi, che non abbiamo voluta, noi ci eleviamo più saldi nell'intiera e sacrosanta coscienza del nostro Diritto.
Compagni!
Domani vi saranno dei morti da ambo le parti; nuovo sangue proletario scorrerà... ma questo sangue non potrà ottenebrare la coscienza nostra; si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto il sacro istituto della mezzadria.
In alto i cuori, fratelli miei di fede!...
Oggi, come segno augurale, nel nome della grande battaglia ingaggiata, vi invito a gridare con me:
Evviva la Repubblica!...