— Ha voluto incomodarsi subito...
— Si figuri...
— Si accomodi.
— Grazie.
Sedette e guardò.
Erano circostanti cinque persone: tre signore e due signori. Fra le dame una sola era giovine e bella, ma il Cavalier Mostardo non la conosceva.
Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari politici molti anni prima, quando l'esecrabile clero pretendeva ancora di scendere in campo e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più vecchio, un certo conte Lanfranco d'Elmici, uomo sulla settantina, materialmente e moralmente intelito, dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile e puntuto come un parafulmine; nella scala zoologica assomigliava al topo. Il secondo era battezzato nei libri araldici come Leone marchese della Futa e più semplicemente il marchese Futa: cognome insigne nei fasti cittadini dell'età di mezzo, ma non per questo meno pericoloso in tempi di furor democratico. Il popolo birbante e privo del delicatissimo senso correttivo che frena gli impulsi, non tornandogli grato quel Futa era ricorso a una parola quasi sorella, ma indegna, veramente!... Parola popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e tonda.
In compenso la classe ironicamente cortese, il medio ceto cittadino aveva corretto l'eccesso popolare ricorrendo alla cosmografia egizia e chiamava il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il fuoco creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta. Sottile distinzione fra il nome e il derivato.
Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva sessant'anni ed era uomo di fierissimi propositi retrogradi, senonchè all'alta dignità della sua convinta essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar come vere le cose sognate e di aumentar le vissute. Usando un termine volgare, lo si sarebbe detto bugiardo; ma, per non macchiare con tale parola il santo usbergo della sua tradizione, il suddetto medio ceto cittadino lo chiamava superatore. Sì, perchè superava la realtà; era oltre l'umile, vilissima verità dei fatti come sono e non come dovrebbero essere.
Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente un superatore.